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La fortuna ha il suo impero, soltanto quando non è ordinata virtù a resisterle. Così recita il nostro Machiavelli, che spesso ci accompagna nell’analisi di questo campionato. Eppure è lui stesso a dire che, il più della volte, nonostante le giuste decisioni e la prudenza necessaria, tutto rovina. Le congiunzioni astrali, le guerre, le epidemie, la stessa Provvidenza: con le sue acque improvvise la fortuna tutto travolge e a noi non resta nulla.

È quanto accade oggi alle lupe a Milano. La partita sa di beffa, se possibile, più del 3-2 dell’anno scorso subito in rimonta. Le lupe sanno che è l’ultima caccia alla preda più ambita, un posto in Champions League. E la fame è di quella di chi sente l’odore del sangue, con i denti affilati e gli occhi rossi.

Ancora una volta, è ormai un amaro ricorso storico per i tifosi, la Roma non sbaglia nulla. Bavagnoli schiera Soffia terzino destro, Ciccotti a centrocampo e Thomas esterno destro d’attacco. Il primo tempo è quasi un monologo ospite.

Il Milan, che presenta l’attesissima Vero Boquete, non tira mai in porta. La prima girata, debole, è di Dowie al 34’. Pettenuzzo domina in difesa e Serturini, almeno nella prima mezzora, è sempre la campionessa ormai ritrovata. Manca il gol, tuttavia. Al di là dei bei fraseggi, le giallorosse si fanno vive più volte: Giugliano da fuori al 13’ impegna il portiere avversario; Thomas, due minuto dopo, da buona posizione dentro l’area, calcia altissimo; infine, ancora Giugliano, al 41’ ha la palla buona. Da ottima posizione, leggermente defilata sulla destra, conclude d’esterno a giro, ma il pallone sibila vicino al palo. Sempre la storia si ripete. La ripresa comincia con un Milan più aggressivo, che però cerca soprattutto il lancio lungo in profondità e la lotta sulle seconde palle. Di nuovo, Bavagnoli non sembra dover invidiare nulla a nessuno, sono però chiacchiere da bar o da presunti tecnici, come chi scrive. Nel calcio non c’è una regola. Questa “regola” continua a sfuggire ai denti delle lupe che soffrono ingiustamente. Al 55’, la migliore occasione per le ragazze di Ganz. Rizza anticipa molto bene a centrocampo e imbuca per il taglio di Giacinti che conclude con la rapidità che le riconosciamo. Baldi non può nulla, ma la sfera termina a lato. La fortuna pare premiare l’attenzione e la prudenza. Ma è un falò delle vanità, in cui ogni valore diventa cenere, anche le opere di Botticelli.

Sulla rimessa dal fondo Baldi tocca due volte, forse sta soltanto sistemando il pallone sulla linea dell’area di porta, o forse sbaglia la giocata, e l’arbitro le sventola il rosso. Tutto cambia. All’improvviso e non c’è abilità che tenga. Entra Pipitone-coraggio, che sfodera anche due strepitose parate, al 78’ su Boquete e all’87’ su Giacinti. Nel mezzo purtroppo, il calcio di rigore ed il gol di Valentina. Su una punizione scodellata a centro area da Tucceri, l’arbitro ravvisa una spinta di Soffia su Giacinti. Il contatto non è vistosissimo, ma c’è. Contro il vento, per le lupe è durissima, quella nebbia che le accompagna come una tristezza torna ad avvolgerle. Nonostante l’inferiorità, e il 4-4-1, ci provano, continuano. E ancora Giugliano, liberata da Lazaro al 75’ ha la palla buona proprio sul destro. Korenciova è battuta, ma l’interno a giro finisce fuori.

Anche Agnese la guerriera entra negli ultimi minuti, ma è accorata come le altre. Ne avremmo un bisogno disperato in questi momenti. Lottano tutte, di rabbia, di pianto, di fede. Non basta, al 91’, Dowie sola davanti alla porta, spreca. Sarebbe stato troppo. L’analisi tecnica è sconsolata. Come la disamina dell’agire umano di Machiavelli. Si fa fatica a trovare errori tattici, si fa fatica a trovare resa psicologica. Eppure ora la classifica è davvero dura. La preda continua a mancare. La cronaca della partita, oggi, assume i toni dell’elegia. Le cose, però, sono in perpetua mutazione, e «conviene che o le salghino o le scendano». Sono scese fin troppo, ser Niccolò lascia aperto uno spiraglio, purché le nostre amate lupe tengano pronti i loro denti. Bisognerà afferrare la preda, molto più a lungo.

Pietro Secchi

Credit Foto Giulio Tiberi

                             

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