SERIE A – AGNESE BONFANTINI – UNA STELLA NEL FIRMAMENTO

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Agnese Bonfantini: una stella nel firmamento. Ode al gol che non fu.

 

Se al minuto 66 di sabato addì 15 febbraio anno domini 2020, la traiettoria della palla accarezzata con eterea grazia dal tacco della ragazza piemontese avesse scavalcato le mani del portiere, quel dio guardingo e capriccioso, che vorrebbe presiedere alle umane vicende del calcio, dispensare talenti e consacrarne o maledirne i destini a proprio piacimento, avrebbe corso un pericolo ferale.

 

#AB22 – PH Tiberti

Roma vs Verona. Agnese Bonfantini da Verbania, 20 anni. In sintesi #AB22. Tanto basta perchè qualsiasi altro dettaglio non ne edulcori senza apparente ragione il quadro, e questo basta, soprattutto, a chiunque ha potuto vederla giocare. Una rara bellezza. Le sue mosse sembrano obbedire ad una naturale e mai voluta od ostentata eleganza, quasi una danza, concitata o lieve, aggressiva o blanda, a seconda dell’estro e della necessità agonistica. Caparbia ed esuberante, coriacea e sfrontata, ma con una classe garbata che incanta quando sguscia disegnando arabeschi sul campo. A volte sembra neanche sfiori la palla, quando la fa scorrere lungo la linea bianca laterale o si lancia con gli stivali delle sette leghe distendendosi senza neanche toccare le avversarie.

Esprime sempre quella dolce armonia che, forse, le è rimasta infusa nell’intimo dal lago sereno del paese natìo. Una stella in espansione nel firmamento, dicono.

Fino a quel giorno.

Echi in lontananza che qualcosa di straordinario dovesse accadere potevano già essere avvertiti la settimana prima, dalla disfida di San Marino, quando nella sua impertinente esultanza, con il collo della maglia stretto tra i denti e le braccia spalancate, sembrava volesse offrire il petto a mo’ di sfida contro quel dio distratto che, tra la sfortuna, le traverse ed i prodigi di avversi portieri, troppe volte le aveva negato la gioia incontenibile del gol.

Ma in quelle inconsuete idi di febbraio, gli astri si erano dati appuntamento sopra la città eterna, inscrivendo con segni premonitori l’aria propizia di un annuncio di primavera. Il cielo, che tutto sa, come spettatore immacolato era da per tutto; il sole, con i suoi raggi di seta cangianti interrotti solo dal volo di precoci rondini, montava con insolito vigore. Sembrava volesse balzare sul campo, aspirando con consapevole impazienza alle meraviglie del meriggio da venire.

Ore 14,30. Il sipario si apre. Inizia il suo spettacolo.

Atto primo: al 19’, raccogliendo un rimpallo di irresponsabilità difensiva come generosa opera di carità altrui, l’Agnese, con passo di capoeira si coordinava colpendo la palla a volo di destro così da mandarla inesorabile, tesa e alta, tra i pali.

Atto secondo: al 30’, senza che nessuno se ne avvedesse, da uno stato di quiete sorniona scattava a fior d’erba premendo famelica le labbra, in caccia della sferea preda abbandonata allo scoperto in mezzo alla macchia verde. Catturata, squarciava lo spazio aperto come auriga di un mitico cocchio alato tirato da focosi destrieri invisibili, lasciando dietro di se’, ormai irraggiungibile, le nivee bighe veronesi.

Arrestava infine la corsa impetuosa solo dopo aver depositato, sempre con cortesia sabauda, il trofeo in fondo al reticolo carniere. Capolavoro da Fenomeno.

 

A.Bonfantini – G. Tiberi PH

Nell’osanna corale di una rinnovata esultanza, con le dita dipinte ghermiva allora la maglia, innalzandola come vessillo dalle scapole, sì da esibire il nome ivi impresso a quel murmure gazoso e gaudente degli spalti, dove ora, all’unisono, il giallo ed il rosso gridano, squillano e plaudono. O chissà, magari per sbatterlo in faccia a quel dio dimentico e strabico che, per stanca consuetudine, era forse preso da altre parallele, virili contese. Colà probabilmente, essendo ormai suonata l’ora nona, ossia le ominidi 15 liturgiche, aveva rivolto il suo sguardo. A Lecce – Spal, per la salvezza eterna.

Di qua intanto, ad inizio ripresa, andava in scena l’atto terzo: dopo un veloce scambio di euclidee confidenze con Andressa Alves da Silva, nossa senhora da Verbania si conficcava come lama puntuta nel cuore della difesa, scostava come vento su panni laceri e stracchi un’incolpevole avversaria, adagiando infine di sinistro, verso l’angolo in basso, l’ennesima perla. Come a dire: giusto al fin della licenza io tocco. Ogni cosa adesso è ardore e clamore, creazione ed ebbrezza, estasi e vittoria. A vent’anni, nessuna mai come lei.

Tutto è compiuto. Forse.

Non in una giornata così, non in questo scorcio primaverile, quando, a dispetto dell’indifferenza divina, si è avuta chiara la sensazione che l’arrembante sole agnostico volesse ancora farle da faro, inseguendone il moto perpetuo. Come fosse lei, AB22, il punto focale in grado di attrarne il fascio dorato e rifrangerlo dintorno.

E risplende il minuto 66.

L’etoile venuta dalle sponde del Lago Maggiore, avendo a quieto e vigile testimonio quel cielo immobile già afoso di gloria, avrebbe ancora ammaliato il pubblico e l’universo-mondo a passo di danza. Tenendo a fulcro la mancina ed a leva l’interno destro per sollevar in suso il pallone dagli infiniti fili d’erba, pria lo lasciava scivolare sinuosa alle sue spalle e poscia col tacco armonioso pareva indirizzarlo di lassù, verso quello spicchio di luce adamantina incastonato tra i legni e la rete.

Ma dal superno divano, profittando dell’intervallo di Lecce – Spal unoauno, quel dio panzuto e rancoroso volgeva il capo verso l’altra sponda del Tevere, sgranando i bigi occhi cisposi proprio in quegl’istanti supremi, cosicchè la curva direttrice della palla fatata andava a spegnersi tra le braccia del portiere, anch’egli deluso da una presa così semplice e sicura. O almeno così mi piace pensare.

Perchè la credula giustizia umana, sempre pronta ad invocare miracoli rendendo grazie anche quando non s’inverano, avrebbe preteso che l’ultima retroguardia si tramutasse, sua sponte, in silente spettatrice, che le torrette della linea difensiva fossero per una volta piazzate alla rovescia, con le feritoie girate verso la porta, non in segno di vil resa – giammai – ma solo per esser pronte ad assistere in prima fila all’imminente mirabilia; o che, per lo meno, un improvviso refolo invernale innalzasse a bastanza quella parabola benedetta da puro talento, portando a naturale destinazione il suo giro incantato.

Ma la pallesca giustizia divina, ossequiosa a quell’ordinamento priapesco che all’evidenza mal tollera Veneridi invasioni di campo, avrebbe vissuto quell’eretica evoluzione come un dimenarsi empio e sacrilego, una relapsa blasfemìa avverso quelle leggi astrali che, per la quiete del cosmo pedestre, vorrebbe immutabili.

E quindi, per punire l’umana innocenza, quel nume stolto nato maschio, ha finito per evirare se stesso.

E questa divinità frigida, che esige la vittoria ma proibisce di godere, e apostata, che rinnega se stessa non curandosi della bellezza e della fantasia, rimpiangerà il suo mutilante verdetto. Lo rimpiangerà ora che l’altra metà del cielo, rimossa la vergogna che offusca l’animo e la paura che distoglie dalle imprese, può espandersi liberamente e minacciare il suo trono empireo.

 

A. Bonfantini classe’99 – TIberi ( PH)

E lo rimpiangerà una seconda volta, perché per noi, miseri mendicanti di bel calcio, la fede cieca che ottunde ha senso solo quando a zolle di realtà si mischia sabbia magica, quando un evento straordinario diventa una molla romanzesca, e tutto il promontorio di un mondo sino ad allora inaccessibile sorge come baleno davanti agli occhi, come il diamante dall’oscurità della terra, un sorriso dalle lacrime.

E stiamo lì, appesi a quel momento astratto dal tempo, immemori. attoniti e rapiti come bambini cui un adulto spieghi i segreti che governano le stelle e l’universo insondabile, ancorati a quell’istante di attesa che pare infinito, nella speranza che l’insolito succeda. Lo percepiamo quando sta per avvenire, sappiamo che dal genio folle può sprigionarsi una forza eversiva, capace di suscitare l’isterico ticchettìo di gambe che invano tentano di scandire quell’attimo eterno, o di gonfiare i petti con l’implacabile violenza del pulsare accelerato dei battiti. E realizziamo che quel gesto imprevedibile è solo un pretesto allo scatenarsi di energie sepolte che sommuovono, deflagrano e fanno esplodere tutto ciò che di solito viene oscurato in questa parte di cielo da quel dio impotente ed invidioso assiso chissà dove.

Forse in nessun luogo. E siamo noi, nella nostra fragile pochezza, spauriti tanto dinanzi ai misteri del creato quanto di fronte alla siderea potenza dell’umana fantasia, siamo noi queruli pallonari che forse inventiamo un dio delle piccole cose per attribuirgli la colpa delle nostre lamentele o il merito delle nostre illusioni, immaginandolo persino al di sopra del cielo, per renderlo invisibile e quindi plausibile, pur sapendo che, proprio perché delle piccole cose, magari è solo un aquilone sghembo destinato a perdersi nell’indifferenza dell’immensità cilestrina, un’immagine fugace che scivola sull’iride e svanisce una volta abbassate le ciglia.

Alla fine, atei o credenti poco importa. Non siamo altro che inguaribili visionari, accomunati dal tribuneo piacere di cingere il campo con la nostra vociante presenza, seduti a busto eretto ed appena inclinato in avanti, ogni volta ignari di ciò che accadrà ma sempre pronti a raccogliere chiazze di luce feconda, bagnati da un perenne sole primaverile, le cui maglie regolari intrecciano la rete bianca del sipario teso sul prato verde.

Poi si alza, e dalle quinte può capitare che appaia il fulgore vermiglio di Agnese Bonfantini da Verbania, che corre e gioca, lotta ed esulta, danza e sogna coi suoi vent’anni, davanti a noi che rimaniamo lì, abbagliati, nel tentativo di catturare i frammenti ignei di una stella ormai esplosa nel firmamento.

Minuto 66, addì sabato 15 febbraio anno dominae 2020. Il cielo è cambiato davvero e un dio è diventato innocuo.

Lecce – Spal 2 a 1. Ecchissenefrega.

Amen.

     Lorenzo Santi

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