Professionismo? IL CARRO DAVANTI AI BUOI – Riflessioni sull’emendamento a prima firma dell’On. Nannicini

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Ironicamente, nella vulgata si è sempre detto che in Parlamento, quando non si ha la forza di risolvere un problema o si intende seppellirlo, si istituisce una bella Commissione. Sembra che le stesse palustri finalità siano oggi perseguibili anche tramite un semplice emendamento, soprattutto quando destinato a trasmigrare in leggi, come quella di Bilancio, spesso “monoarticole” e “pluricommiche”, incomprensibili ai più, al pari della tabula smaragdina di Ermete Trismegisto.

In effetti, il risultato pare sia il medesimo: si diffonde presso l’opinione pubblica, od ai diretti interessati, la voce che la Tale Problematica è sottoposta ad Onorevole vaglio, si proclamano imminenti soluzioni che porteranno a storiche conquiste di civiltà, per infine partorire testi legislativi che, nella migliore della ipotesi, sono una vaga enunciazione di principio o, nella peggiore, rinviano a successive attuazioni, modifiche, adeguamenti di altre fonti normative, la cui competenza e responsabilità, di solito, è rimessa ai Talatri Enti, Organi, Istituzioni. In modo tale che, alla fine del tortuoso giro, nulla è cambiato. Un po’ come l’Ufficio delle Circonlocuzioni di dickensiana memoria.

Tutto questo produce, innegabilmente, un doppio vantaggio per il proponente: può stringersi nel caldo e sereno conforto del mantenimento dello status quo, dando al contempo la dinamica, illusoria impressione che, grazie al diligente assolvimento del proprio Alto Ufficio, la Grande Marcia del Rinnovamento è irrevocabilmente intrapresa.

 

Ironie, od iperboli a parte, tutto sommato è quanto accaduto con l’emendamento di recente approvato in Commissione Bilancio a prima firma del senatore Nannicini (PD), in tema di “promozione del professionismo nello sport femminile e di estensione alle atlete delle tutele previste dalla legge 23 marzo 1981, n. 91”.

Contrariamente ai primi entusiasmi con cui è stato accolto, suscitati anche da incaute dichiarazioni (“La commissione bilancio del Senato ha approvato l’emendamento a mia prima firma sul passaggio al professionismo negli sport femminili” – cit. On. Nannicini), una più attenta lettura del testo ha assodato che il professionismo in campo femminile non è stato affatto introdotto né, all’evidenza, ciò sarebbe mai potuto accadere per il tramite di un intervento di esclusivo carattere previdenziale.

Al di là delle lodevoli, nonché condivisibili, intenzioni dei sottoscrittori, o di coloro che ne hanno sostenuto l’approvazione, non si è potuto non rilevare proprio l’incongruenza tra il mezzo scelto ed il fine dichiarato.

Infatti, come è stato poi opportunamente notato, affinchè potessero estendersi alle atlete le tutele previste dalla richiamata legge n. 81/91 (intitolata, non a caso, “Norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti”), sarebbe stata necessaria una riscrittura dell’art. 2, con il fine di porre nel nulla, o rendere del tutto recessivo, l’attuale criterio formale di distinzione tra “professionisti” e “non professionisti”, di esclusiva competenza ed insindacabile determinazione delle singole Federazioni sportive nazionali, in ossequio ai Principi generali sanciti dal C.O.N.I. (vd. art. 13 Principi Fondamentali degli Statuti e delle federazioni Sportive Nazionali), a loro volta vincolati a quelli del Comitato Olimpico Internazionale.

Cioè si sarebbe dovuto stabilire che, prescindendo da tassonomie protocollari, ad uguaglianza di prestazione corrispondono pari diritti. Magari esplicitando, nella ipotetica nuova formulazione dell’art. 2 suindicato, indici di natura sostanziale o fattuali, in presenza dei quali dovrebbe presumersi lo status professionistico dell’atleta, come, ad esempio, una significativa organizzazione di mezzi e di strutture, un alto livello tecnico delle atlete, la necessità di allenamenti e manifestazioni agonistiche a scadenze periodiche, remunerazioni eccedenti il mero ristoro delle spese ecc.. Oppure, oltre a consolidati principi costituzionali, facendo propri quelli elaborati dalla giurisprudenza comunitaria, la quale, trascurando completamente la distinzione professionismo-dilettantismo, conferisce rilievo esclusivo alla circostanza che la prestazione sportiva sia retribuita e abbia i connotati di un’attività economica. Del resto, in armonia con dette pronunce, lo stesso legislatore italiano ha già riconosciuto diritto di ingresso e tesseramento, a prescindere dalla qualifica attribuita loro dalla federazione nazionale di appartenenza, agli sportivi stranieri “che svolgono attività sportiva a titolo professionistico o comunque retribuita” (art. 27, co. 5 bis D. Lgs. 25 luglio 1998, n. 286). O ancora, il “novellando” art. 2, l. 81/91 potrebbe anche solo recepire le norme F.I.F.A., che considerano professionista l’atleta che vanta un contratto scritto con una società sportiva e, in cambio della prestazione, riceve pagamenti superiori alle spese effettivamente sostenute nell’esercizio della attività calcistica (art. 2.2 del Regolamento sullo status e sui trasferimenti dei calciatori).

Tuttavia, seppur necessaria, una simile riforma non sarebbe comunque sufficiente, poiché, in virtù della autonomia costituzionalmente garantita dell’ordinamento sportivo rispetto a quello statuale (cfr art. 1, l. n. 280/2003 e Corte Cost. sent. n. 49 del 2011), è all’interno del primo che, primieramente, vanno rimossi “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (Cost. art. 3, co. 2). In buona sostanza, è innanzi tutto compito delle federazioni sportive, avendone esclusiva competenza regolamentare ed amministrativa, innovare il loro obsoleto complesso normativo, ultimo baluardo di una tradizione, ormai indifendibile, che positivizza differenti attribuzioni di diritti in funzione della appartenenza di genere.

Ora, limitando l’analisi alla “Federcalcio”, de jure condendo sarebbe imprescindibile, in primo luogo, la modifica dell’art. 10, co. 3 dello Statuto F.I.G.C., che inquadra, all’interno della Lega Nazionale Dilettanti, la Divisione Calcio Femminile, trasferendo quest’ultima in orbita Lega Nazionale Professionisti; a seguire, tutte le disposizioni che vi entrerebbero in evidente antinomia, quali, in via meramente approssimativa, l’art. 29 delle Norme Organizzative Interne della F.I.G.C. (di seguito N.O.I.F.), secondo il quale è inibita alle “calciatrici partecipanti ai campionati di Calcio femminile ogni forma di lavoro, sia autonomo che subordinato” (ovvero proprio quello disciplinato dagli artt. 3 e 4 l. n. 81/91 cui l’emendamento rinvia!) o l’art. 94 quinques N.O.I.F., che, a scanso di equivoci, ribadisce come “alle calciatrici…partecipanti ai Campionati Nazionali di Calcio Femminile, è esclusa, come per tutti i calciatori/calciatrici non professionisti, ogni forma di lavoro autonomo o subordinato”.

Quindi, se, come appare ovvio, il riconoscimento del professionismo femminile costituisce antecedente logico, oltre che pregiudiziale di diritto, rispetto alla capacità soggettiva di stipulare validamente contratti di diritto sportivo, il “nostro” emendamento non può essere di alcun ausilio, né alle atlete né alle società.

 

Ed infatti, i toni inizialmente celebrativi si sono successivamente ridimensionati, e si è parlato di un “primo passo concreto per fare in modo che le atlete che dedicano la propria vita e il proprio lavoro allo sport abbiano le stesse tutele dei loro colleghi maschio, a regole immutate, “di un piccolo aiuto, ma tangibile” (ancora cit. On. Nannicini) e funzionale alla sostenibilità economica del movimento sportivo femminile; o ancora, laddove idoneo a determinare cospicui aumenti “salariali” per le giocatrici, di un importante intervento per rendere appetibile il prodotto “calcio femminile”.

 

Ora, premesso che sembra discutibile, quanto meno su un piano etico-valoriale, il fatto che il riconoscimento di diritti fondamentali, come la non discriminazione per appartenenza di genere od il diritto ad un’equa retribuzione a parità di quantità e qualità del lavoro prestato (Cost. artt 3 e 36), sia subordinato a ragioni di natura economica, al fine di innalzare il tetto massimo “erogabile” (cit. N.O.I.F.) alle calciatrici, piuttosto che scomodare lo strumento legislativo, sarebbe bastata una semplice determinazione del Consiglio federale, cogliendo magari l’occasione di introdurre anche una soglia minima vincolante, come per i contratti-tipo dei professionisti.

 

Idee assolutamente condivisibili e, anzi, si auspica possano essere accolte quanto prima, ma fuorvianti rispetto alla problematica che si pone. Non si tratta, infatti, di ponderare se le somme percepite, o percepibili, dalle c.d. “professioniste di fatto” siano o meno congrue rispetto alla attività effettivamente prestata, ma di poter definire quella stessa attività come propriamente lavorativa, con tutte le tutele che ne conseguono (proprio quelle di cui agli artt. 4 e seguenti della l. n. 81/91), di poter denominare le “erogazioni” come retribuzione, di poter chiamare, senza ipocrisie, le cose con il loro vero nome. In parole povere, a premessa di una crescita complessiva dello sport femminile, dovrebbero essere messi i diritti, non immaginifici stipendi milionari, con tutto ciò che ne conseguirebbe in termini di costi contributivo-previdenziali a carico delle società sportive.

Ma, anche sotto questo profilo, non sembra che l’emendamento in esame sia in grado ad offrire quell’aiuto che si vorrebbe “tangibile”.

Prendendo sempre a riferimento il settore calcio, l’attuale regolamentazione federale limita l’autonomia “contrattuale” delle giocatrici alla sola sottoscrizione, su apposito modulo fornito dalla F.I.G.C. (!!), di “accordi economici, annuali o pluriennali, per un periodo massimo di tre stagioni, che prevedano per le loro prestazioni sportive l’erogazione di una somma lorda non superiore a Euro 30.658,00 per ciascuna annualità”, oltre eventuali indennità a vario titolo, e vieta o comunque dichiara la nullità e l’inefficacia di “accordi in contrasto e comunque finalizzati a eludere il presente articolo” (ovvero l’art. 94 quinques N.O.I.F. già citato). Ne discende che, l’eventuale conclusione di un contratto ai sensi degli artt. 3 e 4, l. n. 81/91 come suggerisce l’emendamento in parola, costituirebbe un illecito disciplinare, con conseguente deferimento delle parti innanzi ai competenti Organi della Giustizia Sportiva (art. 94 quinques N.O.I.F., co. 2, 7 e 9).

Le sanzioni previste per i trasgressori, oltre alla revoca del tesseramento, sono: a) a carico della società, l’ammenda da euro 5.000,00 ad euro 20.000,00 e la penalizzazione di punti in classifica e, nei casi più gravi, la retrocessione all’ultimo posto in classifica del campionato di competenza; b) a carico del dirigente o dei dirigenti ritenuti responsabili, l’inibizione di durata non inferiore a due anni; c) a carico dei tesserati, la squalifica di durata non inferiore ad un anno (art. 31, co. 5 Codice di giustizia sportiva).

In buona sostanza, è certamente possibile che società ed atlete si accordino per regolamentare i reciproci interessi con contratti ispirati al corrispondente settore professionistico. Questi sarebbero, a tutti gli effetti, idonei a vincolare giuridicamente le due parti contraenti e, in caso di controversia, prima o poi (ma più poi, atteso il vincolo di giustizia sportiva e le innumerevoli clausole compromissorie), meritevoli di tutela dinanzi al giudice ordinario del lavoro. Tuttavia, “le società sportive femminili che stipulano con le atlete contratti di lavoro sportivo, ai sensi degli articoli 3 e 4 della legge 23 marzo 1981, n. 91”, come visto, sarebbero sanzionate disciplinarmente, al pari delle giocatrici.

Ora, supponendo che, in un impeto anti-sistema, o meglio, in presenza di una sorta di moratoria federale, una società decida di concludere contratti di lavoro sportivo solo con alcune sue tesserate, per evitarne semmai il trasferimento all’estero, tale circostanza creerebbe la paradossale situazione per cui, a parità di prestazione, vi sarebbero, da una parte, atlete pienamente garantite e dall’altra dilettanti prive di ogni tutela. Si andrebbe cioè a riproporre, all’interno di una medesima squadra, quella stessa discriminazione che l’emendamento si propone di rimuovere.

Peraltro, occorre ulteriormente sottolineare che l’art. 10 della l. n. 81/91 dispone che “possono stipulare contratti con atleti professionisti solo società sportive costituite nella forma di società per azioni o di società a responsabilità limitata”, formulazione ripresa dall’ art. 7, co. 3 dello Statuto della F.I.G.C., per cui “le società che stipulano contratti con atleti professionisti devono avere la forma giuridica di società di capitali a norma della legislazione vigente”.

Ora, considerata l’attuale struttura societaria delle partecipanti ai campionati nazionali di calcio femminile, dalle agevolazioni previdenziali e contributive di cui all’ormai celebre emendamento, non prevedendo questo norme transitorie od intertemporali, rimarrebbero escluse formazioni storiche, ben radicate nel territorio (come, ad esempio il Tavagnacco o l’Orobica), salvo una loro repentina trasformazione in società di capitali, adeguando nottetempo i rispettivi statuti.

Sembra, a questo punto, oltremodo bizzarra una norma che, nel dichiarare l’obbiettivo di promuovere il professionismo nello sport femminile, riservi poi l’accesso ai benefici che dovrebbero facilitarne il perseguimento solo ad alcune società a discapito di altre: a proposito di appetibilità del prodotto, l’enorme distacco riscontrabile oggi solamente sul campo da gioco diverrebbe non solo ancora più esteso, ma irragionevolmente sancito, da un giorno all’altro, anche a livello giuridico.

Per quanto detto, è evidente che ad oggi non è consentito, né alle atlete né alle società sportive femminili, la possibilità di stipulare i contratti di lavoro previsti dalla legge 23 marzo 1981, n. 91. Ciò significa che, non potendosi inverare l’unica condizione legale prevista dal testo dell’emendamento, le medesime società non possono neanche accedere “all’esonero dal versamento del 100 per cento dei contributi previdenziali e assistenziali, con esclusione dei premi per l’assicurazione obbligatoria infortunistica, entro il limite massimo di 8.000 euro su base annua”.

 

In conclusione, se la proposta a prima firma dell’On. Nannicini doveva avere la funzione di risvegliare un dibattito, in realtà mai sopito, sulle ragioni di equità e giustizia sostanziale che impongono ormai, a date condizioni, l’estensione del professionismo agli sport femminili, è indubbio che un tale risultato, seppur per vie impervie, è stato raggiunto.

Se, invece, vi era seriamente intenzione di incidere in concreto in una realtà così complessa, limitandosi a ributtare nel campo delle Istituzioni sportive la palla della responsabilità di assumere decisioni così rilevanti per la vita professionale di tante atlete, si può affermare che il suddetto provvedimento, in ragione della sua complessiva inadeguatezza ed estraneità rispetto al fine, è come se non fosse mai venuto ad esistenza, poiché autonomamente inidoneo a dispiegare un qualche effetto giuridico.

Insomma, se la lunga marcia verso il professionismo femminile inizia con un carro cigolante e sprovvisto di ruote piazzato davanti ai buoi, sarà di sicuro una fatica. Ma senza perdere mai il mordente!

 

Lorenzo Santi

Foto G. Fazari

 

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