LE CALCIATRICI “GIOVINETTE” DEL 1933: UN LIBRO DA NON PERDERE

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L’estate 2020 verrà ricordata probabilmente come la stagione del Covid-19 e della pandemia. Lo sport, come quasi tutte le attività umane, è andato incontro ad uno stop drastico, assoluto, fagocitato dal lockdown, termine attraverso il quale abbiamo imparato ad indicare l’italianissimo, e ormai quasi sinonimo, coprifuoco. Nessuna attività sportiva per mesi, nessun campo occupato dagli atleti né tribune dai tifosi. Il recupero della normalità è ancora in atto, e tutti speriamo si torni presto a respirare quell’aria festosa che rendeva la pratica sportiva ed il tifo quotidianità quasi necessaria nelle giornate di tutti gli appassionati. Ma, nell’estate appena terminata, la crisi emergenziale non ha certo fermato le rotative, desueto lemma che però illumina perfettamente l’attività di pubblicazione editoriale: è uscito infatti, sotto il solleone dell’infausta stagione pandemica, un meraviglioso libro, “Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il Duce”, (Solferino ed.) della giornalista e scrittrice Federica Seneghini. Un romanzo-saggio singolare non solo nel plot, mutuato e romanzato in base ad eventi certi, storicamente rintracciabili negli archivi delle emeroteche, ma anche nella conformazione, contenendo un saggio finale di enorme interesse storico-sportivo a cura del Professor Marco Giani, membro della SISS nonchè professore di storia e geografia in un Istituto milanese. Alla competenza ed alla cortesia del Professore abbiamo rivolto qualche domanda, ed egli volentieri ha risposto, dedicandoci un po’ del suo prezioso tempo.

Professore, le donne calciatrici in questo libro sono –dentro- una certa Italia, quella del Ventennio…

Sì esatto. Il GFC (Gruppo Femminile Calcistico) fu nel 1933 una iniziativa sportiva sorta come vera passione per il calcio. Le donne in quegli anni iniziarono timidamente ad interessarsi ad uno sport ritenuto unicamente maschile; cominciarono cioè ad essere anche tifose, frequentando in mezzo agli uomini i settori popolari degli stadi, soprattutto in grandi centri urbani, Milano in primis. La pratica fu una scommessa vera e propria delle sorelle Boccalini, irrise e contrastate fortemente dal Regime fascista. Una scommessa persa, che però è entrata nella storia. E sull’onda della novità furono tante le ragazze coinvolte che parteciparono spontaneamente a quella esperienza. Nel romanzo l’autrice racconta una storia autentica, una storia italiana che per troppi anni è stata ignorata…in sostanza alle donne fu impedita la pratica del calcio.

La donna nel Ventennio non poteva fare sport, è questo che vuole dire ?

Assolutamente no ! Alla fine della Grande Guerra in Italia sorse la questione del decremento demografico e la donna aveva certamente per l’ideologia fascista un ruolo connesso principalmente alla maternità. I saggi femminili di ginnastica che si tenevano a scuola erano tesi ad una preparazione finalizzata alla eugenetica. Un corpo sano di donna assicurava un tendenziale miglioramento psico-fisico della futura madre, che garantiva partorienti in salute, quindi figli robusti ed idonei alla pratica militare. Ma la donna non era esclusa dallo sport, in pochi e controllati casi anche agonistico: il tennis, il nuoto, la scherma, lo sci, il pattinaggio erano aperti al gentil sesso, senza dimenticare il basket, sport nel quale vincemmo “in gonnella al ginocchio” l’Europeo nel 1938 e l’atletica leggera; Ondina Valla nel 1936 vinse l’Oro alle Olimpiadi di Berlino negli 80 metri ostacoli, e questo dimostra che lo sport femminile nel Ventennio aveva un suo spazio…controllato, ma lo aveva.

Controllato ? Cosa significa con esattezza…

Controllato principalmente dalla famiglia. La maggiore età si raggiungeva a ventuno anni e le donne per praticare sport avevano bisogno dell’autorizzazione dei genitori, del padre… Moltissimi genitori (madri, soprattutto, a differenza di quanto potremmo pensare oggi) non acconsentivano, perché praticare sport a livello agonistico significava viaggiare, dormire fuori, quindi avere una vita…come dire, movimentata. Per le giovani donne tutto ciò poteva essere interpretato come sistema di vita sregolato, non irreprensibile così come si pretendeva dalla figura di donna-madre, casalinga ed educatrice. Ondina Valla ad esempio ebbe la fortuna di essere nata a Bologna, città che con Torino, Trieste e tutta la Istria e la Dalmazia erano sedi di società sportive (Milano ad esempio non ne aveva di struttrate, nel 1933); era inoltre la quinta figlia dopo quattro fratelli maschi, tutti appassionati atleti. La mamma non gradiva la inclinazione della ragazza, ma il padre invece era in accordo con la passione della figlia, quindi acconsentì e permise la attività sportiva della futura campionessa olimpica e primatista del mondo. In aggiunta a questo controllo domestico e al necessario avallo familiare, il controllo era esercitato dal regime, che imponeva le rigorose divise, il saluto romano e, come detto, quali fossero gli sport praticabili dalle donne. Non il calcio, avversandolo e di fatto smorzandone ogni velleità femminile di pratica.

Insomma, sembra di capire che le donne avessero difficoltà a liberarsi da un ruolo che appariva predefinito…

I problemi principali erano legati alla società italiana del tempo, patriarcale e misogina: la figura della donna doveva rimanere morale, per quanto sportiva. Con Augusto Turati e soprattutto con Leandro Arpinati, Presidenti del CONI rispettivamente dal 1928 al 1930 e dal 1931 al 1933, già soltanto porre il problema dell’abbigliamento femminile nello sport fu un passo avanti, perchè mostrare le gambe o indossare pantaloncini sportivi era contrastato dal mondo del conservatorismo bigotto. In più il calcio in rosa avvicinava troppo la figura femminile al modello sportivo maschile. Con la Presidenza di Achille Starace (1933/1939) si iniziò a valutare i successi internazionali nello sport come un biglietto da visita che potesse testimoniare un riconosciuto prestigio internazionale. La preminenza era comunque per il maschio italiano, che aveva l’obbligo di primeggiare nello sport: i mondiali del ‘34 e del ‘38 furono due grandi momenti di gloria sportiva per il regime, benchè all’interno dello spogliatoio del ‘38 ci fosse un certo germe antifascista… Poi venne la guerra, e per assurdo molte donne passate per la pratica sportiva nelle istituzioni del regime furono i soggetti perfetti sia per diventare partigiane nella Resistenza sia per aderire alla RSI come ausiliarie!

Nell’immediato dopoguerra cosa cambiò nel calcio e in generale nello sport femminile ?

Nulla ! Intanto non ci fu nessuna rivendicazione delle calciatrici femminili. Inoltre la nomenclatura delle federazioni sportive controllate ora dai nuovi partiti repubblicani era sostanzialmente rimasta la stessa di quella del Ventennio. Il serrato controllo domestico familiare sulle figlie femmine fu sostanzialmente identico a quello preguerra, e rimase immutato ancora per oltre due decenni. Bisognerà attendere il ’68… Se dovessimo poi osservare le prestazioni alle Olimpiadi del 1960 a Roma, a quindici anni dalla fine della guerra, tra i 13 ori, i 10 argenti e i 13 bronzi riportati dagli atleti italiani, (246 uomini e 34 donne partecipanti), soltanto due bronzi furono femminili, segno di uno scarsissimo interesse nel preparare le donne a livelli sportivi internazionali. Fu un vero vuoto generazionale ad emergere, e questo per il persistere di un modello di società maschilista e patriarcale. Il calcio femminile poi non essendo uno sport olimpico non ebbe proprio spazio…

Benchè il calcio femminile non sia ancora professionistico, si può parlare oggi di un raggiunto equilibrio di genere ?

Nessuna delle Federazioni sportive italiane ha ancora una donna eletta come Presidente… non è solo questione di chi gioca in campo, ma pure di chi gestisce le squadre. Finchè sarà questa la situazione non avremo mai raggiunto una piena integrazione e un vero bilanciamento tra sport maschile e sport femminile. 

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