La verità sul Calcio  femminile e il professionismo.

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Dopo gli Europei di quest’anno dove il Calcio Femminile Italiano si è superato, arrivando fino agli ottavi di finale, poi eliminato dall’Olanda campionese Europee in carica. Il Presidente della FIGC, Gabriele Gravina, in un intervista subito dopo disse: “  “Dovremo difenderlo e valorizzarlo. Dobbiamo gettare le basi perché a queste ragazze sia consentito il salto di qualità che meritano. È un impegno concreto che si è preso la Figc: dal 1° luglio 2020 lo status delle calciatrici cambierà” Sembra nel più breve tempo possibile anche per il Calcio Femminile in Italia, dopo le varie riforme necessarie, ( solita burocrazia Italiana…), gli intenti di varie dichiarazioni é che si farà il possibile per passare al Professionismo.

Dato che in Europa,  tutte le nazioni più importanti, chi prima e chi dopo, ha già compiuto questo passo. Ma allora perché in Italia è così complicato seguire questa strada?

Innanzitutto esiste una legge del 1981 che definisce come persone e sport professionistici. In Italia ”purtroppo”, sono professionisti attualmente solo 4 sport (esclusivamente per il genere maschile) ovvero il calcio, il basket, il golf ed il ciclismo, quindi il cambiamento richiesto deve comunque prima passare da una modifica di questa legge a livello politico. Se ricordo bene, qualche anno fa era stata proposta una modifica che avrebbe aggiunto la possibilità di ottenere lo stato di professioniste anche alle donne di quei 4 sport o allenatrici, preparatrici ecc ecc.

Proposta bocciata immediatamente. Prima di proseguire è però necessario chiarire un concetto fondamentale: è completamente sbagliato pensare che la richiesta a gran voce del professionismo in Italia vuol anche dire automaticamente ad una richiesta di parità salariale.

 

Questa ”famosa”, parità salariale, fra uomo e donna non esiste nel mondo del lavoro da quasi nessuna parte ed è impensabile che si faccia questo tipo di battaglia dove il business creato fra i differenti generi è enormemente diverso.

Dal mio personale punto di vista, già questo è il classico bastone tra le ruote. La richiesta di tutto il movimento calcistico italiano quindi non è assolutamente legata agli stipendi ma soprattutto ai diritti e alle tutele che oggi purtroppo da noi mancano.

 

Con l’entrata in campo delle società professionistiche maschili si è poi esasperato un paradosso che accompagna da tempo questo sport: ad una calciatrice che gioca in serie A viene chiesto un impegno da professionista con allenamenti quotidiani, continui viaggi, trasferte, ritiri, magari la nazionale, ect .ma le calciatrici hanno appunto pochissimi diritti e quasi nulle sono le tutele.

Non esistono per esempio piani pensionistici, assicurazione, maternità ect. ect. Poi dalla parte delle società, invece, esistono ostacoli economici che impediscono di competere alla pari con le altre realtà europee, dove una qualsiasi squadra italiana non può offrire contratti superiori a 30.658 euro lordi annui a cui si possono aggiungere solamente rimborsi, spese legate all’attività sportiva (vitto e alloggio) limitando così la possibilità di investimento. In più c’è una limitazione nella durata dei contratti, che al massimo possono essere biennali.

Come si vede è un percorso più o meno lungo, ( solita burocrazia All’Italiana “come accennavo sopra”),  che deve portare necessariamente a salvaguardare ed accontentare tutte le parti in causa.

In Francia, Germania, Inghilterra e poi Spagna più le nazioni storicamente nobili del nord (Svezia, Norvegia), il professionismo è presente anche da più di 10 anni e le rispettive federazioni investono parecchi soldi su questo sport. In Europa si viaggia veloce ed anche chi è rimasto inizialmente indietro sta recuperando velocemente grazie alle Nazioni che fanno da “locomotiva” da anni.

Il calcio femminile è in Europa uno degli sport destinati a crescere maggiormente e diventerà , anno dopo anno, sempre più seguito. La Fifa da questo punto di vista ha raddoppiato gli investimenti ed è notizia di questi giorni che il prossimo mondiale sarà a 32 squadre anziché 24.

In Italia negli ultimi 20 anni ci siamo fermati quando gli altri sono partiti ed il percorso che porta verso l’élite mondiale passa necessariamente da un cambiamento che prima di essere legislativo deve essere “culturale”.

 

I recenti Mondiali, hanno dimostrato come, abbattuti i pregiudizi, il calcio femminile può avere il suo spazio e coinvolgere tantissime persone: sta a Gabriele Gravina essere uomo di parola e dare a queste ragazze lo status che ampiamente meritano.

Andrea  Delindati

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