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Molti ancora non lo sanno, ma ci sono donne, quelle di una volta, che hanno pianto di gioia nel veder giocare queste giovani ragazze al mondiale di calcio che si è tenuto in Francia.

Le storie dietro a quegli occhi umidi di lacrime sono tante e tutte profonde, strazianti e a volte molto tristi, di donne alle quali fu vietato tirare calci al pallone.

Parliamo delle ragazze degli anni ’60, ’70 e ’80, che venivano rimproverate a volte anche picchiate per forme educative e punitive se solo si azzardavano a prendere in mano un pallone.

Sono donne che vogliono rimanere anonime nell’umiltà composta del loro dolore. Le ho viste in volto mentre guardavamo le partite, piangevano e ridevano ad ogni giocata meravigliosa delle nostre ragazze della nazionale, esultavano come bambine a cui era stato tolto qualcosa e si sono riprese quei pezzi dimenticati dal tempo.

Nonna Nina, zia Rosalina, mamma Alberta… hanno i nomi di tutte e portano la bandiera del diritto e della affermazione femminile nel cuore di donne.

Alcune mi hanno raccontato di quando il duce Mussolini negò alle ragazze del tempo di giocare a calcio e di fare qualsiasi altro sport definito maschile e di esclusivo appannaggio dei ragazzi.

Glielo raccontarono le loro madri che durante il ventennio fascista le donne venivano sempre più relegate a fare la calzetta in casa. I loro esclusivi compiti erano quelli di far nascere, educare e crescere i futuri giovani fascisti, non era consentito avere sogni, aspirazioni e pensieri oltre a nessuna donna. Ma ci fu un evento significativo nel 1933 allorquando un gruppetto di ragazze milanesi ed alessandrine decise di formare una squadra di calcio femminile e di giocare, spezzando così tutti gli schemi e i comparti stagni in cui erano state imprigionate. La storia viene narrata dallo scrittore Giovanni Di Salvo nel suo libro ‘Le pioniere del calcio’ e tra queste ragazze che ruppero gli schemi fascisti-misogini-maschilisti vi fu anche Amelia Piccinini, grande atleta del firmamento italiano dell’epoca che in seguito divenne una campionessa di atletica leggera nel salto in lungo, lancio del peso e pentathlon. Niente male per una ragazzotta che doveva in fondo solo sfornare figli e accudire casa e marito.

Sul finire della seconda guerra mondiale le ragazze del pallone iniziarono ad organizzarsi in squadre e a giocare mini-campionati ma solo nel 1968 venne fondata la Federazione Femminile Italiana Gioco Calcio. Da allora i passi in avanti sono stati pochi e stentati anche se nella metà degli anni ’80 iniziò a fiorire il palleggio femminile nei campi di calcio delle borgate.

Nel frattempo già si giocava il campionato dilettantistico con squadre dai nomi blasonati ma poco seguite, anzi: addirittura derise anche dai giornalisti sportivi che le dipingevano come delle rudi grassottelle in cerca di una soluzione per dimagrire o per emulare fratelli, padri, cugini e fidanzati.

L’atteggiamento denigratorio iniziò a modificarsi quando arrivò la prima grande campionessa italiana: Carolina Morace, classe 1964 che negli anni ’80 divenne stella e faro per le più giovani sognatrici, ancora definita la più forte giocatrice di calcio di tutti i tempi in Italia.

La Morace attualmente oltre ad esercitare la professione di avvocato, è anche dirigente sportiva. Per ben 11 volte consecutive è stata capocannoniere del campionato di Serie A Femminile, si è ritirata dopo 19 anni di onorato servizio alla causa del calcio col nome di donna avendo vinto 12 scudetti, due coppe Italia e una supercoppa.

Tracciò il solco e divenne esempio per il movimento calcistico femminile nazionale dando vita alle strade maestre che hanno permesso alle giovani ragazze del 2019 di mostrarsi alla nazione e al mondo intero con tutta la loro eleganza calcistica, professionalità e talento. La stessa professionalità che purtroppo ancora manca alla dirigenza della FIGC della quale forse si potrà vedere lumi solo dal luglio 2020 così come annunciato dal presidente Gravina, intanto passeranno altri due campionati senza la luce delle nostre stelle. Cos’ha quindi meno del campionato maschile il nostro calcio femminile? Niente … solo un giro di migliaia di miliardi e di squadre che vanno fallite fino a scomparire per sempre per via dei costi eccessivi di gestione derivati per l’appunto dal sistema iper-spendaccione che si è generato intorno a tutta la questione.

Intanto le ragazze del campionato femminile vanno a lavorare e sono comunque delle campionesse nello sport con enormi sacrifici. Ma è giusto tutto questo? … No! No di certo.

Lo sport dovrebbe essere equilibrato, accessibile a tutti senza alcuna differenza di genere e incoraggiare qualunque campione e campionessa ad esprimersi al meglio delle possibilità.

In altri paesi europei e negli Stati Uniti questo è reso possibile ma in Italia spesso a causa di interessi economici e a volte lobbistici, andiamo indietro di 40 anni rispetto agli altri in quanto a diritti civili.

Le lacrime di Nonna Nina, zia Rosalina e mamma Alberta siano dunque un fascio di luce benefica che illumini la mascolinità del calcio nazionale e conducano Gravina sulla retta via della equità.

Equiparare il calcio femminile a quello maschile porterebbe una ventata di sana costruttività oltre che una seria novità alla quale un pubblico certamente più vasto si avvicinerebbe, ma come qualcuno ha già detto: “questo calcio femminile oggi fa paura”. Troppi interessi miliardari e troppe mani maschili in pasta stanno dietro alla riluttanza dei vertici della FIGC, ma il pubblico italiano di torte e pasticci al maschile ne ha fin sopra i capelli.

Tuttavia non basterebbe solo approvare a livello professionistico il nostro calcio femminile come avviene in altri paesi civili, bisognerebbe, anche per un atto di progresso umano e protezione dei diritti di tutti, bisognerebbe mettere in campo delle azioni tese a boicottare turisticamente e nei commerci quei paesi nei quali le ragazze sorprese a giocare a pallone vengono imprigionate, torturate, violentate per forme ‘educative’ e talvolta uccise, o laddove alle donne è compromesso anche solo guardare le partite; sarebbe un atto di civiltà e di ribellione dovuto quello di concedere lo status di rifugiate, ospitandole nel nostro paese facendole giocare. Si produrrebbero così ulteriori risorse calcistiche al femminile.

Invece di mettersi paura, certi ambienti, dovrebbero accogliere definitivamente e con seria empatia il movimento femminile del calcio che oggi brilla più delle stelle in cielo.

Lo facciano anche per le loro mamme e nonne alle quali fu negata la gioia di giocare lo sport più bello del mondo.

di

Carla Liberatore

foto arivista.org

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