La discriminazione indiretta di diritto sportivo nel calcio femminile

Condividi l'articolo

 

Da Silvio Borgliari vivoperlei.calciomercato.com

In occasione della passata giornata contro la violenza sulle donne, propongo un articolo sulla discriminazione di diritto sportivo ancora “vigente” nel calcio femminile. Il calcio e le norme che lo regolano, rappresentano da sempre un settore immune all’ordinamento giuridico ordinario: lo sport in generale e il calcio femminile in particolare, sono esempi delle peculiarità giuridiche che non dovrebbero esistere.

In Italia, l’art.1 del Codice delle parti opportunità tra uomo e donna inizia definendo l’ambito di applicazione della normativa: “La parità di trattamento e di opportunità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi, compresi quelli dell’occupazione, del lavoro e della retribuzione”. Di conseguenza, è normale aspettarsi che il calcio femminile rientri in “tutti i campi”, ma, come possiamo immaginare, non è così.

Tra i comportamenti vietati dal citato codice, non vi è solamente la discriminazione diretta[1], ma anche la sua vertente meno aggressiva, cioè la discriminazione indiretta. L’art.25 c.2, di tale codice stabilisce infatti: “Si ha discriminazione indiretta, ai sensi del presente titolo, quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono o possono mettere i lavoratori di un determinato sesso in una posizione di particolare svantaggio rispetto a lavoratori dell’altro sesso […][2]”. Disposizione, criterio, prassi e comportamenti sfavorevoli apparentemente neutri che si verificano tanto a livello nazionale come internazionale nelle norme che regolano il calcio femminile.

A livello nazionale, un esempio di come venga applicata la discriminazione indiretta al calcio femminile è l’art. 29 delle NOIF della FIGC che stabilisce: “Sono qualificati “non professionisti” i calciatori che, a seguito di tesseramento, svolgono attività sportiva per società associate nella L.N.D., giocano il “Calcio a Cinque”, svolgono attività ricreativa, nonché le calciatrici partecipanti ai campionati di Calcio femminile”.  Il “nonché” usato equipara tristemente le giocatrici di Serie A con i giocatori dilettanti di terza categoria, ma soprattutto con i giocatori amatoriali che si allenano e giocano con un’organizzazione minima o inesistente: la differenza tra il lavoro svolto dalle giocatrici della massima serie e i giocatori che svolgono attività ricreativa è piuttosto evidente. A norma della legge 23 marzo 1981, n.91 è il CONI insieme alle Federazioni Sportive nazionali, l’ente pubblico che attribuisce la qualifica di sport professionistico. Tra i pochi sport riconosciuti come professionistici in Italia, c’è il calcio (oltre ai soli basket, golf e ciclismo) ma non il calcio femminile: considerando che anche le giocatrici disputano lo stesso sport con le stesse regole di quello maschile, non è forse questa una disposizione, un atto apparentemente neutro che finisce col discriminare il calcio femminile?

Fonte :vivoperlei.calciomercato.com

Articolo di Silvio Bogliari

Translate »