In zona Cesarini, all’alba del decennio

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Il tramonto di un decennio, come lo spirare di qualsiasi esperienza umana, sospinge quasi spontaneamente ognuno a stilare bilanci. In verità, per natura chiamati a condensare il passato in un istante, sotto forma di giudizio sintetico o di astrazione algebrica, poco dicono della complessa concretezza di tutto quello che non sono in grado di esprimere, di tutti gli accidenti del cammino che hanno condotto, con il sereno distacco che a volte il tempo concede, a tracciare quella linea che separa le inquietudini del percorso compiuto da un presente immoto, impresso in una cifra finale come utile o perdita.

Un po’ come il risultato di una partita: certo, il tabellino certifica il fatto storico, è irrimediabilmente impietoso con coloro che hanno perso e sarà sempre indulgente con i vittoriosi, ma quasi mai racconta la realtà nel suo divenire. Tace degli andamenti ondivaghi della contesa, dei caratteri mutevoli di chi è in campo, delle occasioni spettacolari, della giocata irripetibile, di ciò che sarebbe potuto accadere e del disincanto di ciò che invece, alla fine, non è stato.

Ma il calcio, in fondo, è proprio questo, è l’inesauribile capacità di sorprendere, una “energia di felicità” che sopravvive e rinasce ogni volta, un perpetuo rigeneratore di speranze a dispetto di tutto, della sconfitta e dei numeri che stanno a ricordarla, di partita in partita. E malgrado sia divenuto spesso noioso nel gioco, prevedibile negli esiti, sovrabbondante di competizioni superflue che danno assuefazione ed impediscono il sedime della memoria, programmato nei minimi dettagli, circondato da verbosi rituali ridicoli, vuotamente solenni od inconsapevolmente grotteschi, da chi vorrebbe possederne in via esclusiva l’anima od appropriarsi fanaticamente, “l’un contro l’altro armati”, del presunto spirito di una maglia, nonostante questo – appunto – quando meno te lo aspetti, al crepuscolo della decade, in zona Cesarini, salta fuori l’impensabile: ragazze in pantaloncini corti e scarpini ai piedi, atlete magnifiche, eleganti e tenaci come solo le donne riescono spontaneamente ad essere, che, tanto su un proscenio mondiale quanto su più modesti palchi, testimoniano indifferentemente il loro amore per questa ingrigita, stanca commedia in perenne replica, contagiando i disillusi, vincendo gli schivi, rinnovandone la straordinaria meraviglia.

E allora rinasce negli spettatori quella ingenua, sognante capacità di immedesimazione, quello stupore incredulo che sinora solo grandi giocatori avevano saputo ispirare, fino a quando, da eroi popolari, da protagonisti di una semplice cerimonia laica, non sono divenuti, anche loro malgrado, delle Divinità antropomorfe, artatamente ma efficacemente create da una Titanide Fama, che le ha relegate in un Olimpo spesso ignaro delle passioni e delle aspirazioni degli uomini comuni.

Forse è così che si spiega come mai, quella che è stata soltanto ammirazione di gesta sportive, diventa ora, nei confronti di queste ragazze, un qualcosa di più profondo, un vero e proprio slancio di affetto, che va oltre il gonfalone di appartenenza, l’angusto legame di consorteria, supera i pregiudizi o gli stigmi altrove così diffusi.

O magari è solo un sentimento di gratitudine, per aver permesso di rivedere, proiettato sui loro visi, lo stesso ostinato impegno e lo stesso sudore malpagato, ma mai pago, della struggente illusione di giocare sempre la partita decisiva, ogni azione come l’ultima e risolutiva, per amor proprio, della squadra e dell’umanità di corifei stupefatti sugli spalti, che possono così avvertire l’ansimante palpitazione di chi si lancia sulla fascia per il passaggio definitivo, sentire l’impaziente solitudine di chi, tra i tre pali che cingono l’immensità della porta vuota, è pronta al balzo salvifico, sospese entrambe tra l’abisso del fallimento ed il firmamento della gloria, tra il tripudio della vittoria e l’amarezza della sconfitta, o riprovare l’incanto ad occhi aperti delle ambizioni di una gioventù a perdifiato, impegnata in un tentativo di scalata verso il cielo, come tante Icaro che, forse destinate a cadere, trattengono adesso nelle mani un pizzico di sole, e nei piedi quel pulviscolo dorato che si alza dalla palla lungo la via celeste che conduce all’esultanza e alla gioia.

All’alba del nuovo decennio, tirando le somme tra ciò che sarebbe potuto essere ma non è ancora stato per queste ragazze, viene quasi voglia di infilarsi un paio di scarpini, calciare via gli inquieti dubbi dei bilanci che pretendono di inchiodare il tempo con un numero, e correre con fiducia, ad occhi ancora socchiusi, verso un radioso mattino. Riconoscenti e dolcemente imbrigliati in quell’aurea malinconia che si prova immancabilmente al risveglio, dopo un bel sogno. E alla fine della partita.

Lorenzo Santi

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