Dal mito di Atalanta a oggi: i passi in avanti delle donne nello sport

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Dal mito di Atalanta a oggi: i passi in avanti delle donne nello sport

Dal mito greco di Atalanta ai giochi olimpici del 2012, quando debuttava la boxe femminile e finalmente le donne gareggiavano in tutti gli sport. Un cammino lungo e mai semplice, che passa attraverso percorsi a ostacoli (letteralmente, nel caso di Ondina Valla) e barriere culturali da abbattere.

In Italia, nonostante il ruolo di angelo del focolare che il partito fascista aveva dipinto per le donne, è stata proprio l’introduzione dell’ora di educazione fisica nelle scuole a proporre una nuova immagine femminile. Era il 1923, le donne iniziavano a sentirsi a loro agio anche in completi più sportivi dei soliti. Nel 1936, a Berlino, Ondina Valla era la prima donna italiana a vincere una medaglia d’oro nelle Olimpiadi.

Ma le prime, nel 1896, erano esclusivamente maschili. Roba da uomini. Tanto che, quando nel 1922 Alice Milliat istituì le primeOlimpiadi femminili, la polemica esplose anche per la scelta di chiamarle così. Un oltraggio utilizzare quel nome glorioso per delle gare tra femmine. Parteciparono 77 atlete, vennero seguite da 15 mila persone. “A smentire le parole di Pierre de Coubertin”, commenta la professoressa Dagianti: “Il padre dei moderni giochi olimpici motivava l’esclusione delle donne asserendo che nessuno fosse davvero interessato alle competizioni femminili”.

Solo nel 1928, per la prima volta, le atlete parteciparono ai giochi olimpici, venendo ammesse in 4 gare di atletica leggera. Un percorso di inclusione che termina nel 2012, quando le donne salivano per la prima volta sul ring a Londra.

Per il momento, in Italia hanno riconosciuto il professionismo solo quattro sport (esclusivamente maschili): calcio, ciclismo, golf e pallacanestro. La legge a cui far riferimento è la 91, del 1981, che disciplina le “norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti”.

Le donne vengono tagliate fuori: nonostante molte atlete abbiano fatto dello sport il proprio lavoro o abbiano dato lustro alla Nazionale italiana, rimpolpando il palmarès di medaglie e trionfi, sulla carta restano delle dilettanti. “Nonostante i successi, come quelli delle atlete della Pallavolo, del calcio o della ginnastica ritmica”, osserva Patrizia Fedi Bonciani, presidentessa del distretto Centro Fidapa Bpw Italy, intervenuta sul palco.

Il Fondo di maternità è un buon supporto: in caso di gravidanza, invece di vedersi rescindere il contratto, le atlete ora percepiscono un’indennità dallo Stato. Tuttavia, gli ostacoli restano tanti e si riflettono nei numeri: ai vertici delle organizzazioni dirigenziali, solamente il 14% è appannaggio femminile. Dato che sale nell’area tecnica, ma comunque contenuto entro il 20-25%. Lo sport sembra essere ancora un campo prevalentemente maschile.

“Io vivevo di sport”, racconta Luisa Garribba Rizzitelli, ex pallavolista e presidente di Assist, l’Associazione Nazionale Atlete: “Ma quindici anni di contributi sono andati bruciati. Le atlete non possono più aspettare, è ora che le donne abbiano contratti, TFR, tredicesima. Tutto ciò che viene riconosciuto in Europa a chi vive di sport. I corpi militari fanno ciò che avrebbe dovuto fare lo stato italiano, mettendo atlete e atleti nella miglior condizione. Se vinciamo medaglie è merito loro”.

Fonte:https://www.foxlife.it/2018/10/19/sport-donne-italia-atlete-discriminate/

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