CALCIO FEMMINILE SERIE A- IL CALCIO IN ROSA E’ CONSIDERATO IN ITALIA ANCORA A LIVELLO DILETTANTISTICO-

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Perché la FIGC considera le calciatrici ancora dilettanti e non professioniste?!

 

L’interesse generato dal calcio femminile in Italia ha raggiunto il suo picco quest’estate e precisamente dal 7 Giugno al 7 Luglio , grazie alla proposta televisiva offerta da Rai e Sky in occasione dei Mondiali, svolti in Francia. La quale ha rispecchiato la domanda sempre più crescente nei confronti di un movimento con un grande potenziale ma ancora dilettantesco, giovane e strutturalmente fragile. Le ottime prestazioni dell’Italia, arrivata ai quarti di finale affrontando la corazzata Olanda, campione Europea in carica. Sconfitte per 2-0, con un po’ di rammarico…!  Comunque questo importantissimo torneo,  è servito molto ad avvicinare un numero ancora maggiore di spettatori e ad aumentare l’entusiasmo per il calcio in Rosa. Tra l’altro  erano vent’anni che l’Italia non disputava un Mondiale. Mentre in altri paesi Europei  e non, il Calcio Femminile è già considerato Professionista.

Per le dilettanti è quindi esclusa ogni forma di lavoro autonomo e subordinato: i rapporti con le società sono definiti da vincoli e accordi economici minori che raramente superano la durata annuale.

 

Rispetto a qualche anno fa, l’ingresso dei club professionistici maschili nel campionato di Serie A femminile ha migliorato le condizioni delle calciatrici con l’introduzione di indennizzi e rimborsi, ma queste continuano pur sempre a svolgere di fatto un lavoro a tempo pieno senza contratti di lavoro che garantiscano retribuzioni mensili, compensi previdenziali, tutele assicurative e contrattazioni collettive. Il professionismo sportivo italiano è regolato dalla legge 91/1981, che nel suo secondo articolo recita: “Ai fini dell’applicazione della presente legge, sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse, con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica”.

 

Il riconoscimento del professionismo, ovvero la scelta di aderire o meno al settore professionistico e al Comitato Olimpico Nazionale Italiano, viene quindi rimandato alle singole federazioni. Il calcio femminile è recentemente passato dalla gestione della Lega Nazionale Dilettanti alla Federazione Italiana Giuoco Calcio, cosa che ora favorirebbe l’ingresso nel professionismo.

 

Il presidente federale Gabriele Gravina è dello stesso parere: durante il Mondiale in Francia ha detto di essere già al lavoro perché questo accada, anche se ci vorrà del tempo, dato che il professionismo richiede il raggiungimento di una sostenibilità economica diffusa tra squadre e campionati. Creerebbe infatti una vera e propria professione a norma di legge, e di conseguenza presenterebbe più costi e più impegni da sostenere per i club. Solita burocrazia all’Italiana. “Nel frattempo il Presidente Gravina penserebbe a degli sgravi fiscali per ridurre l’impatto, dei costi del professionismo, beneficiando di un credito d’imposta da reinvestire nel settore giovanile e nelle infrastrutture”.

l’interesse, così come gli sponsor e i contratti televisivi. La FIGC stanzia 3,5 milioni annuali per sostenere il movimento. Troppo poco per far si che anche le piccole Società si possano iscrivere alla Serie A, attualmente composta da 12 Squadre, troppo poco, ma si sa che in Italia, tutto va a rilento, arriviamo sempre ultimi in qualsiasi competizione sportiva  e non, dove c’è da  sborsare denaro. Cari politici, governanti, politicanti ect. l’importante, la prima cosa per voi, e lo dico fuori dai denti, è essere incollati ad uno scranno a Montecitorio, il resto viene tutto dopo…!

Di Andrea Delindati

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